Era il 13 marzo 1981.
Erano passati quasi 2014 anni da quel bruto giorno. Se non avessi perso il conto trecento anni fa sarei stato più preciso, ma alla fine sbagliare di due giorni su 735110 è più che accettabile, credo.
Insomma era il 13 marzo 1981 (un venerdì, dovevo capirlo che era il caso di rimandare) e stavo scegliendo nello schedario chi c’era a disposizione. Non c’era un gran che, devo ammetterlo, ma avevo già abbondantemente rotto le palle al Capo e non era il caso di mettersi a fare lo schizzinoso. Scelsi un abitante di una provincia nordorientale, figlio di un romano figlio di Roma e di una donna locale. Prometteva abbastanza bene: fisicamente grande e grosso, non bellissimo ma neanche da buttare, mediamente intelligente. Scelsi lui pensando che probabilmente mentre cresceva avrei potuto plasmarlo a mio piacimento e gestirlo.
Mi sostituii a lui in coda al centro di smistamento e alla 10:45 di quel venerdì mattina mi sentii rinascere. Fu un breve momento di fuggevole gioia, di insensata speranza.
Dopo ventiquattro anni di inutili sforzi il dado è tratto, sono al punto di non ritorno e sono costretto ad ammettere il mio fallimento. Neanche io, il grande ed augusto Giulio Cesare, potrò mai combinare nulla costretto dentro al corpo di questo pandolo di Trizompa.
