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28/02/2005
 

compito n°20

 13 marzo 1968.
Era esattamente il 13 marzo quando G. decise che era ora di cominciare a fare politica.
G. era uno studente come molti altri allo scientifico, era in quinta. Come molti altri suoi coetanei era figlio di un ex “fascista”. Suo padre era stato una camicia nera, era cresciuto nel Ventennio. Da bambino era stato balilla e poi via via tutte le tappe successive. Suo padre non aveva conosciuto altro, non aveva avuto la possibilità di scegliere nella sua vita.
G. aveva sei fratelli, tutti più grandi di lui, tutti come il papà, tutti neri.
G. no, lui non era fascista. Lui era “rosso”… lui era rosso perché suo padre era nero.
Il 13 marzo 1968 G. compiva diciotto anni e aveva deciso che era abbastanza grande per avere il coraggio delle sue idee. G. era bravo, era colto, sapeva parlare, sapeva attrarre l’attenzione e farsi ascoltare dagli altri. Era un oratore, arrivava al nocciolo della questione e lo sviscerava, parlava in modo musicale ed ammaliante.
Era convincente. Aveva carisma.
A settembre cominciò l’università. Il primo giorno entrò nell’aula ed invece che trovarci il professore trovò due ragazzi che occupavano. Occupavano la sede e l’aula: la sede per protesta e l’aula per trombare sulla cattedra dentro un sacco a pelo.
G. pensò di essere in paradiso. Era finalmente libero.
Si comprò l’eskimo, si avvicinò ad un gruppo organizzato e la politica divenne la sua vita.
Passarono i mesi e G. divenne sempre più bravo a parlare, divenne importante prima in facoltà, poi in università. In un anno G. era uno dei capi massimi del movimento studentesco della città. Lui credeva in quello che diceva, credeva nel cambiamento, nell’uguaglianza, in Marx, nella Rivoluzione. Ma G. non credeva e basta, G. odiava anche. G. odiava il potere borghese, i professori “baroni”, odiava chi si opponeva alla rivoluzione, odiava i neri.
G. non viveva più a casa da sei mesi il giorno della manifestazione. Quel giorno alla manifestazione arrivarono i neri. I rossi con i bastoni, i neri con le spranghe. Non si guardava in faccia a nessuno, ci si picchiava e basta. G. prese una sprangata in faccia, gli si squarciò un sopracciglio, gli occhi si inondarono di sangue e prima di svenire ebbe solo un attimo per vedere suo fratello in ginocchio davanti a lui che impugnava la spranga e piangeva.
postato da trizompa | 00:48 | commenti (3)
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