13 marzo 1968.
Era esattamente il 13 marzo quando G. decise che era ora di
cominciare a fare politica.
G. era uno studente come molti altri allo scientifico, era
in quinta. Come molti altri suoi coetanei era figlio di un ex “fascista”. Suo
padre era stato una camicia nera, era cresciuto nel Ventennio. Da bambino era stato
balilla e poi via via tutte le tappe successive. Suo padre non aveva conosciuto
altro, non aveva avuto la possibilità di scegliere nella sua vita.
G. aveva sei fratelli, tutti più grandi di lui, tutti come
il papà, tutti neri.
G. no, lui non era fascista. Lui era “rosso”… lui era rosso
perché suo padre era nero.
Il 13 marzo 1968 G. compiva diciotto anni e aveva deciso che
era abbastanza grande per avere il coraggio delle sue idee. G. era bravo, era
colto, sapeva parlare, sapeva attrarre l’attenzione e farsi ascoltare dagli
altri. Era un oratore, arrivava al nocciolo della questione e lo sviscerava,
parlava in modo musicale ed ammaliante.
Era convincente. Aveva carisma.
A settembre cominciò l’università. Il primo giorno entrò
nell’aula ed invece che trovarci il professore trovò due ragazzi che
occupavano. Occupavano la sede e l’aula: la sede per protesta e l’aula per
trombare sulla cattedra dentro un sacco a pelo.
G. pensò di essere in paradiso. Era finalmente libero.
Si comprò l’eskimo, si avvicinò ad un gruppo organizzato e
la politica divenne la sua vita.
Passarono i mesi e G. divenne sempre più bravo a parlare,
divenne importante prima in facoltà, poi in università. In un anno G. era uno
dei capi massimi del movimento studentesco della città. Lui credeva in quello
che diceva, credeva nel cambiamento, nell’uguaglianza, in Marx, nella
Rivoluzione. Ma G. non credeva e basta, G. odiava anche. G. odiava il potere
borghese, i professori “baroni”, odiava chi si opponeva alla rivoluzione,
odiava i neri.
G. non viveva più a casa da sei mesi il giorno della
manifestazione. Quel giorno alla manifestazione arrivarono i neri. I rossi con i
bastoni, i neri con le spranghe. Non si guardava in faccia a nessuno, ci si
picchiava e basta. G. prese una sprangata in faccia, gli si squarciò un
sopracciglio, gli occhi si inondarono di sangue e prima di svenire ebbe solo un
attimo per vedere suo fratello in ginocchio davanti a lui che impugnava la
spranga e piangeva.
