L’ho conosciuta a una festa, era una bella festa. Io ero in
smoking, lei in vestito lungo, caschetto biondo, aria sbarazzina e idee chiare.
Le cose che mi colpirono subito furono la sua voce ed il suo modo di fumare.
La voce era calda, quasi roca, le parole erano sinuose e
forbite, il dialogo piacevole ed affascinante.
Solo dopo molto tempo ho capito che quel modo di fumare era
il suo modo di fumare, che non era artefatto, costruito e studiato a tavolino.
Maneggiava la sigaretta con naturalezza, aspirava il fumo forte, a pieni
polmoni, tirando in dentro le guance e respirandolo . Solo allora lo soffiava
fuori con le labbra strette come quando si vuole spegnere una candela. Ogni
tiro era così, era lungo, gustato ed erotico.
Io che odio il fumo,
che non ne sopporto l’odore e che considero la sigaretta qualcosa di
generalmente volgare mi perdevo a vederla fumare, mi affascinava.
Siamo stati assieme un anno, un anno di litigi, di risate,
di bei momenti e di colpi bassi. Mammamia che colpi bassi.
Ci siamo aizzati tra di noi e ci siamo fatti male.
Non stavamo bene assieme, non eravamo compatibili. Le ho
voluto bene, non l’ho amata.
È stata la persona che più mi ha fatto girare le palle al
mondo, la persona che è riuscita a rendermi cattivo, l’unica persona per cui ho
chiesto una sigaretta (“XY, hai una sigaretta?” “Eeeeh?? Tu? Tu vuoi una
sigaretta?” “Dai dammela e basta…”) e sono andato a fumare da solo in giardino.
Io che non fumo, che non ho mai fumato, che se faccio un tiro di Philip Morris
Extra Light (aria pura, mi dicono) tossisco per venti minuti.
Quella volta l’ho fumata tutta, tranquillamente, se ne
avessi avuta un’altra avrei continuato.
